Buon Natale!!!

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3022 e altre storie di corsa

Oggi voglio parlare di un numero facendo un post leggero nei suoi contenuti. Questo numero è il 3022 e corrisponde al numero del mio pettorale alla prossima mezza maratona di Ferrara del 25 marzo. Questa “gara” sarà la prima fatta senza che abbia associato il fundraising o un charity program ma verrà affrontata con lo spirito del voler provare a sondare un po’ i propri limiti, senza pensare di fare il tempo, ed inoltre perché capita nella città di Ferrara.

Mi ricordo ancora le corse, prima alle elementari con gare di velocità, poi alle medie con delle campestri, avendo la fortuna di avere il parco Lambro dietro la scuola, poi alle superiori con le corse su pista, corse di velocità con buoni risultati, anche una vittoria, in quinta, sui 100 metri. Ed anche se la vera passione sono sempre stati i giochi di squadra, mi ricordo di quando mi allenavo d’estate, con mio cugino Simone e mio fratello Mirko, facendo il “famosissimo”, almeno per noi, “Gir di basìn” (Giro dei Bassini), correndo i suoi 6,6km sotto i 35 minuti. Poi il cambio di costituzione, ho messo su, oltre ai muscoli, anche un bel po’ di massa grassa, qualche infortunio e un po’ di ozio ho accantonato il podismo fino a circa 5 anni fa, quando ho ripreso a macinare km, ma mai più di 10km, per migliorare anche le prestazioni nel basket, nel volley e nel beach volley, oltre a qualche sporadica apparizione nel calcio a 5.

Ma la svolta è stata nell’ottobre del 2009 quando, inviato dalla collega Alessandra, mi sono iscritto alla Run4Food, dove il ricavato andava per dei progetti che “combattevano” la fame del mondo, chiudendo i 10km in meno di un’ora e successivamente iscrivendomi per la staffetta del Charity Program, della maratona di Milano, conoscendo, in questo modo, Fabrizio e i Podisti da Marte. Da quel momento ho capito che si poteva correre anche per dare una mano raccogliendo fondi e donando fiori e sorrisi alle persone che si incontrano per strada; scoprendo “nei marziani” un gruppo fantastico con cui condividere esperienze bellissimi (di questo si possono leggere diversi post nel blog). Però, insieme a tutto questo, è riesploso un sogno, accantonato da tempo, nato guardando le olimpiadi di Seul dell’88 quando Gelindo Bordin tagliava per primo il traguardo della gara di chiusura: LA MARATONA!

Sicuramente prima che ne correrò io una ci vorrà del tempo però mi sono detto: “dai una mezza la posso pure fare!” Quindi senza pensare “in quanto farla” e dopo che non ho potuto fare una frazione della staffetta di 21km alla Maratona dell’Acqua sul Lago d’Iseo, per problemi “tecnici” dovuti a certificati agonistici per il basket e non per l’atletica leggera, ho scoperto che si correva, all’inizio della primavera, la mezza a Ferrara, ed essendomi ormai affezionato a questa città, ho deciso di iscrivermi ricevendo come numero di pettorale il 3022. Questo numero mi piace perché la somma delle singole cifre fa 7 che è il mio numero fortunato.

Ora non mi resta che aspettare il 25 marzo per realizzare un “mezzo sogno”!

Invasione Giallo Marziana a Genova

Prendere un treno, un sabato mattina di novembre, mentre Milano è avvolta nella nebbia potrebbe essere normale se non che sulla carrozza numero 8 dell’Intercity Milano-Ventimiglia c’erano più di 50 marziani, alcuni già di giallo vestiti, che sarebbero scesi in una Genova leggermente illuminata da un pallido sole che faceva capolino tra le nuvole.
Il motivo di quell’esodo di massa era semplice: partecipare ad una camminata, del fiocco giallo, organizzata con Terre Des Hommes per la campagna Io proteggo i bambini. Rispetto al solito quindi si sarebbe camminato, e non corso, per rispetto dei genovesi, provati dai tragici eventi dell’alluvione di qualche giorno fa.
Ma veniamo al racconto della giornata. Come già detto si è partiti nella nebbia e si è arrivati con un pallido sole che riscaldava non solo il clima meteorologico ma anche le persone che svestivano i panni pesanti e indossavano la maglietta gialla dell’iniziativa o dei Podisti. La camminata partiva davanti alla sede del museo del Mare, che ci ospitava mettendoci a disposizione un magazzino per appoggiare zaini e giubbotti, e procedeva verso i carruggi, strade tipiche genovesi, salendo prima verso il duomo e poi verso il Palazzo ducale, passando per un chiostro circondato dagli ulivi e arrivando nella piazza principale De Ferrari.
Durante la missione/camminata abbiamo srotolato il nastro giallo formando un serpentone di un centinaio di persone, abbiamo formato fiocchi gialli davanti al Duomo e al porto, abbiamo regalato fiori ai passanti che ci guardavano un po’ intimoriti, anzi qualcuno rifiutava il fiore per diffidenza, e abbiamo portato un po’ di sorriso a chi ci guardava stupito e meravigliato.
La meraviglia maggiore però, secondo me, sta nel faccio che con piccoli gesti si possono compiere grandi passi, il regalare un fiore può sembrare una cosa banale ma è ricco di significati, sia per chi lo riceva sia per chi lo dona, e lo stesso può valere per un sorriso, o per una stretta di mano o scambiando due parole sul perché si è deciso di fare una scelta come questa. L’uscire dal “guscio” e portare queste cose alle persone che si incontrano sono piccoli doni che regalano un po’ di luce a qualcuno e riempiono di gioia il cuore di chi “parte” per poter poi portare la propria esperienza nel quotidiano perché, almeno credo e spero, che questa giornata, come le ore per le missioni, si possano trasformare in carico positivo per il quotidiano passando anche nell’oggi e nel domani un segno di speranza per la gente che ci circonda.
Sul sito dei Podisti Da Marte ci sono altri resoconti, le foto e le interviste, di questa meravigliosa giornata passata a Genova.

Pensieri sparsi nella nebbia autunnale

E’ arrivato l’autunno carico dei suoi colori “brucianti” che ogni tanto sono sbiaditi dalla nebbia che sale a ricoprire tutto. E la nebbia, ieri sera, mentre tornavo dagli allenamenti, mi ha fatto fare salti mentali strani.
nebbiaImmerso nella foschia, molto fitta, mentre guidavo in tangenziale, guardando i fendinebbia anteriori, cercando di mantenere una certa distanza ma di non perdere di vista quello che avevo proprio davanti, ho pensato al lampeggiare del “segnalatore” nelle macchine da Formula1, indicante pericolo e da li mi sono domandato: ma perchè è il rosso il segnale di pericolo? E’ forse il più visibile rispetto agli altri colori? Verde, blu o giallo?
Sicuramente è una convenzione che ci è stata “insegnata” fin da piccoli: con il rosso non si passa, fai attenzione, con il verde puoi andare mentre con il giallo stai attento; frasi che hanno fatto di ogni colore un suo “motivo” di segnalazione portando al rosso il significato di pericolo. La dimostrazione in tutto ciò che ci circonda e allora mi sono domandato: ma perchè? Una risposta che mi sono dato potrebbe essere dovuta al fatto che il fuoco, meglio le braci o il ferro arroventato, sono rossi quindi è uno delle prime fonti di pericolo che sono “nate” nell’umanità dopo che l’uomo sapiens ha popolato la terra… e poi? Poi basta… mi sono fermato li perchè ero arrivato a casa.
Perchè ho voluto riprenere questo aggrovigliarsi di pensieri e metterlo in un post? Forse perchè oggi stavo ripensando alle “convenzioni” che l’umanità si è data e dove la società moderna ci sta portando. La necessità di essere belli e forti, la voglia di emergere sugli altri, la fame di potere, il desiderio della richezza e tante altre cose che mettono in secondo piano la bellezza di un dono, la semplicità di un gesto o la luminosità di uno sguardo.
TempoSettimana scorsa alla riunione “marziana”, il capitano Fabrizio, ha ribatito più volte, mostrando nella slide un orologio di una stazione, che basterebbe, anzi basta, un’ora al mese per cambiare tante cose, per donare un sorriso alle persone che si incontrano, per farli sorridere e/o farli stupire di fronte ad un gesto o alla “massa critica” di persone che corrono facendo confusione e vestiti da cuochi, sabato scorso, o in modo particolare a seconda del dress code della missione.
Concordo che basta poco ma da quell’ora deve nascere un desiderio, o quell’ora completa un desiderio, di vivere la vita in modo diverso da come ci vuole catalogare la società perchè lo stupore può e deve essere contagioso e non fermarsi a noi stessi o al singolo gruppo.
Lo “stupore” deve essere come un cerchio d’onda che piano piano si espande per abbracciare tutto l’oceano.

Articolo di Carla sulla sua esperienza etiope

Come avevo scritto nel post precedente, inserisco nel mio blog, l’articolo scritto da Carla che ha condiviso con me l’esperienza in Etiopia. Era la sua prima “missione” e viaggio in terra africana.

La “mia” Etiopia

Sono già passate alcune settimane dal mio ritorno in Italia, ma ancora oggi, quando la mattina apro gli occhi, posso constatare quanto l’esperienza in Etiopia mi abbia lasciato in eredità, già a partire dalla gestione del tempo e dallo scandire delle ore. Già, il tempo, quello che noi riteniamo non essere mai abbastanza, rapiti come siamo dalla quotidianità frenetica fatta di impegni lavorativi e familiari. Eppure è la nostra vita e anche a me sembra normale che sia così, ma mi è bastato andare in Etiopia, seppure solamente per una ventina di giorni, per realizzare come la suddivisione della giornata nelle 12 ore del giorno e della notte, l’uso del calendario giuliano piuttosto che quello gregoriano (hanno da poco festeggiato l’arrivo dell’anno 2004) e il loro stile di vita basato su ritmi lenti e cadenzati possano coinvolgerti al punto tale che a distanza di tempo ancora ne “risenti”.

Poche righe non sono certamente sufficienti per raccontare l’emozione di qualcosa vissuto intensamente. E questo perché ho avuto la possibilità di vivere l’Africa lontano da ambienti “colonizzati dai turisti”.

Potrei parlare dei molteplici colori che si trovano in natura, così come nei tessuti dei loro abiti tradizionali; delle atmosfere e degli odori di incenso e di spezie che si propagano nell’aria; del “caldo africano”che tutti abbiamo sentito nominare migliaia di volte nei telegiornali ma che, ironia della sorte, in Etiopia non è arrivato (è stato infatti uno shock rientrare in Italia a fine agosto, lasciando temperature gradevoli mai al di sopra dei 23 gradi, per arrivare in quello che era un vero forno); della vegetazione e degli animali incontrati lungo i vari tragitti in macchina, che mi hanno permesso di capire che i protagonisti sono loro e non tu, motorizzato; dei ritardi e delle mancanze tipicamente africani che si ritrovano in qualunque tipo di situazione, lavorativa e non, come ad esempio arrivare in ritardo ad un appuntamento “perché piove”; della mentalità così diametralmente opposta alla nostra (dove ad esempio sembra logico costruire alberghi per i turisti, ma poi arrestarli se fanno foto al mercato… Chi è quindi il turista che, sapendolo, ci fa ritorno o pubblicizza l’esperienza?) e della disorganizzazione latente, anche se ho capito che l’Africa è così: funziona a modo suo e soprattutto al ritmo suo; della musica sia sacra che non, che viene suonata e cantata con gioia manifestata espressamente attraverso balli e battiti di mani da giovani e non; del semplice salutarsi e chiedersi a vicenda come si sta che richiede comunque 4-5 passaggi per un rito assai più complesso del nostro stile più secco e diretto, se non addirittura omesso; delle difficoltà oggettive nel parlare non conoscendo io la loro lingua e loro pochissimo l’inglese, ma è stato bello vedere come il linguaggio non verbale davvero possa farti comunicare con qualunque popolo e nella maniera più semplice e genuina; dei ragazzi che ti chiedono a ripetizione, come un gioco che li diverte, come ti chiami e che quando ti vedono arrivare in lontananza ti corrono incontro e fanno a gara per abbracciarti, tenerti per mano o giocare con te; del fatto che noi “bianchi”, riconoscibili e identificabili come stranieri (e richiamati con un “You you you” dai bambini lungo la strada, dove “you” sta proprio a indicare “straniero”), ai loro occhi siamo provvisti di quantità di denaro o comunque di introiti che loro (nella maggior parte) non vedranno mai in tutta la loro vita e quindi, come in un meccanismo innato, ti chiedono continuamente e insistentemente di dare loro denaro, indumenti, una “caramela”, una “mastica” oppure dei “biscuits”, nel loro linguaggio che spesso diventa un misto di amarico e inglese per farsi capire; ma anche del contrario e cioè della loro ospitalità e cordialità, perché se io sono andata lì per fare un’esperienza di volontariato dedicando loro il mio tempo, le mie conoscenze e capacità nel limite del possibile, le persone con cui sono entrata maggiormente in contatto, mi hanno accolta con calore, con gioia mi hanno invitata a bere del caffè a casa loro, a mangiare injera e popcorn dolci e mi hanno regalato i loro prodotti tipici da portare in Italia, e questo nonostante i problemi quotidiani (economici e non solo) che li affliggono.

Le cose da dire sarebbero veramente un’infinità, ma in cima a tutto questo elenco non posso che mettere i sorrisi donati e ricevuti con spontaneità e gioia, che non possono che ricordare costantemente che siamo tutti fratelli e che l’amore può veramente superare le difficoltà create/volute dall’uomo.

Credo infatti che l’entrare in contatto con le persone del luogo sia stata la più importante lezione di vita e di amore che potessi immaginarmi di ricevere. E sicuramente è questa l’emozione più grande che porto nel cuore.

“Quando tornerai, sentirai anche tu il “mal d’Africa”” mi era stato detto prima della partenza da chi in Africa ci era già stato. Anche io? E perché?  E’ stato normale interrogarsi su che cosa sia questo “mal d’Africa” di cui si è sempre sentito parlare. Ebbene sì, ora anche per me non è più un mistero! E anche se è davvero difficile da spiegare ai “non malati”, posso affermare con certezza che i suoi sintomi si sono manifestati fin dal ritorno alla mia quotidianità, ma che di buono hanno che ti infondono una nuova visione della vita, carica di valori come la positività, la speranza, l’amore donato e un pensiero rassicurante che, se Dio vorrà, mi porterà a far ritorno in quella meravigliosa terra.

Articolo sull’esperienza in Etiopia

Avrei voluto scrivere alcune cose sull’ultimo week-end ma, essendoci state emozioni contrastanti, le parole non fluivano come volevo e quindi incollo l’articolo scritto per il giornalino della parrocchia circa la mia esperienza in Etiopia.

Mi è stato chiesto di scrivere un articolo, per il mese missionario, sulla mia seconda esperienza in Etiopia.

Per non essere ripetitivo sono andato a rileggermi l’articolo che scrissi sulla prima esperienza. Ebbene, ho notato che le cose non sono cambiate di tanto. In quell’articolo accennavo alle aspettative e ai sogni, sia dei ragazzi, sia dei “lavoratori” nei laboratori, sia del popolo, che sono tuttora quelle, anzi, visto l’aggravarsi e l’affacciarsi della crisi somala la situazione è un po’ peggiorata. In aggiunta il governo sta cercando di racimolare soldi per finire una diga immensa da costruire sul letto del Nilo Azzurro: questo provoca dissapori internazionali, perché l’Egitto vanta una prelazione su tutto il Nilo anche al di fuori dei suoi confini, e delle migrazioni interne perchè la popolazione dell’Oromia, una delle zone dell’Etiopia, a nord della diga dovrà spostare i villaggi più in alto nella valle, mentre a sud dovrà regolarsi con i “rilasci” d’acqua della diga stessa che regolamenterà la portata del fiume.

Dopo questa introduzione ritorniamo alla “mia missione” e cerchiamo di dare parole a questa esperienza che, come l’altra volta, ti sconvolge, ti fa riflettere, ti apre il cuore e l’anima, ti lascia carico e pieno di speranza, con la voglia di cambiare tante cose.

Per prima cosa, comunque, vorrei sfatare un luogo comune in cui appena dici: “Sono stato in Africa” la domanda che segue è: “Ma non sei abbronzato?”. E’ come domandare ad uno svedese se vuole accesa l’aria condizionata a dicembre. Questo perchè si pensa che l’Africa sia il continente “nero” in cui il sole picchia ore e ore sulla testa e quindi è naturale che dopo 20 giorni passati li si torni “coloriti”… ma non è così. L’Africa è continente immenso, pensate che per arrivare in Etiopia, che è ancora al nord dell’equatore, ci vogliono 6 ore di volo. L’Africa non da tutte le parti è uguale, anzi, ci sono zone desertiche, dove ti puoi abbronzare, e zone tropicali dove l’acqua è molto frequente in un periodo come questo che viene considerato la “stagione delle piogge”. Oltretutto l’Etiopia non è pianeggiante ma si sviluppa su montagne che superano i 3000mt. Solo Addis Abeba è su diverse altezze con una media intorno ai 2600mt sopra il livello del mare, mentre Dilla, città in cui ho lavorato in questo periodo, è posta a 1500mt e la temperatura media è di 18°C. Quindi “non mi sono abbronzato”, anzi, di notte bisognava anche coprirsi perchè le temperature potevano scendere di qualche grado e vedevo i “locali” vestiti con giubbottini imbottiti e con il pelo nel cappuccio: per loro sta iniziando l’inverno!!!

Mi accingo a scrivere questo articolo e mi accorgo  che è difficile distinguere l’esperienza di vita quotidiana con il racconto di un servizio “missionario”. Forse perchè le due cose sono strettamente correlate, o forse perchè, partendo dal nostro piccolo, in cui anche il vicino può essere ispirazione di missione, missione che intendo come portare l’annuncio di Cristo Risorto, corrisponde con un stile di vita. Ecco questo potrebbe essere il punto: non importa se sei lontano chilometri da casa o sei nella tua parrocchia, l’importante è che la missione la “vivi” con uno stile, quello cristiano, quello dell’Amore gratuito donato. Mi sovviene un tema di un oratorio estivo di molti anni fa: è più bello dare che ricevere. Davvero il “tutto” potrebbe essere raccolto in questo semplici parole, che sono difficili da vivere perché la società ci porta verso un individualismo ben lontano dalla condivisione delle cose.
Credo che questo sia l’essenziale per vivere una “missione”: l’umiltà e la semplicità nella condivisione.
Torno, prima di chiudere questo articolo, all’esperienza etiope vissuta in compagnia di Icio e di Carla.

Maurizio, molti lo conoscono di più come Icio, ha deciso di vivere questa esperienza per 6 mesi, ma essendo la burocrazia uguale in tutto il mondo, forse dovrà tornare per alcune settimane per poter rifare il visto e ripartire per gli altri 3 mesi che aveva intenzione di fare. I lavori sono tanti, le cose da fare non mancano, e spendersi per mettersi al servizio degli altri è davvero lodevole. Credo, e mi perdoni se scrivo qualche castronata, che stia vivendo un suo “carisma”, un suo talento. E questo lo si vede nel suo volto, rilassato e disteso, e lo si vede anche nel volto degli altri fratelli e padri, missionari, che da molti anni vivono l’esperienza missionaria a cui sono stati chiamati. Il trovare il proprio carisma o talento aiuta a vivere meglio, in primis con se stessi, e poi con le persone che ti circondano portando un “segno” visibile di quello stile che dicevo all’inizio.

Di Carla, invece, lascio “parlare” il suo articolo su questa esperienza che pubblicherò nei prossimi giorni.

Ognuno parte con delle aspettative, vive delle esperienze, e sicuramente ne viene a casa arricchito, ma questo lo si può fare anche nel quotidiano. Sta a noi trovare il giusto compromesso tra le varie missioni che il Progetto di Dio ha su di noi, cercando di guardare sempre in modo positivo, senza lamentarsi, quello che la vita ci pone davanti e scegliendo la strada che realizza i nostri talenti portando frutto, non solo nel mondo intero, ma anche nel nostro piccolo, in primo luogo in noi stessi.

Il comico, il cardinale e Milano

Meravigliose parole e meraviglioso augurio!!! Preso da Popoli

Il comico, il cardinale e Milano
30 settembre 2011
Ieri sera a Milano il cardinale Angelo Scola ha incontrato il mondo ambrosiano della cultura e della comunicazione. Tra coloro che hanno rivolto un saluto al neo arcivescovo anche Giacomo Poretti, del trio Aldo, Giovanni e Giacomo, collaboratore fisso di Popoli con la rubrica “Scusate il disagio”. Per gentile concessione dell’autore, pubblichiamo il testo integrale del suo intervento, uno strepitoso mix di ironia e profondità.
Eminenza,
nel rivolgerle il mio più caloroso saluto le devo anche porgere le mie scuse perchè il mio non sarà un racconto fedele né tanto meno realistico sulla città, quanto piuttosto la confessione di un innamorato, spero quindi che Lei vorrà perdonare i sentimentalismi e gli eccessi di fantasia, ma forse l’amore e la fantasia, anzichè aggiungere e deformare la realtà, la denudano nella sua semplice bellezza.
Due cose sono state fondamentali per la mia vita: Milano e i preti.
Tra me e Milano è stato un amore a prima vista. Con i preti invece…ci ho messo un po’ di più.
La prima volta che sono venuto a Milano avevo 5 anni ed ero alto 90 cm, ero in compagnia del mio papà, che benchè ne avesse 30 di anni, superava di poco il metro; siamo entrati nello stadio di San Siro per vedere una partita di calcio e siccome all’epoca si stava in piedi (era il 1960!), né io né il mio papà riuscivamo a vedere niente, allora il papà mi ha messo sulle sue spalle ed io dovevo raccontargli che cosa succedeva, solo che non conoscevo le regole del gioco e nemmeno i nomi dei giocatori, allora il papà mi ha preso in braccio e mi ha detto: “va bene ci tornerai quando sarai più grande, ma almeno ti è piaciuto qualche cosa?”  “Sì, ho risposto, mi è piaciuta quella squadra con le maglie nere e azzurre!”
Quando siamo arrivati a casa il papà ha detto alla mamma:  “Oggi a Milano questo bambino ha scoperto la fede!”
Poi sentivo a tavola che i miei genitori dicevano che la fede andava coltivata, e per far questo mia madre mi mandava in chiesa e all’oratorio del paese, il mio papà invece mi portava a vedere l’Inter a San Siro.
All’oratorio ci andavo tutti i giorni, allo stadio una domenica sì e una no.
C’è stato un periodo che la mia squadra vinceva molti scudetti e allora il mio papà mi portava in piazza Duomo a festeggiare. Quando tornavamo a casa alla sera  la mamma ci chiedeva dove eravamo stati, il papà diceva…siamo stati in Duomo perchè il bimbo voleva dire una preghiera di ringraziamento alla Madonnina…
la mamma commossa aggiungeva: vista la sua devozione questo bambino bisognerà mandarlo in seminario!
Non saprei dire se malauguratamente o per fortuna, la mia squadra a un certo punto ha smesso di vincere, io ci rimanevo male, ed anche la mamma non si dava pace di come io avevo smesso di pregare e ringraziare la Madonnina.
Nel frattempo continuavo a frequentare l’oratorio del paese; un giorno il prete, don Giancarlo, che amava Pirandello e Shakespeare, almeno quanto i santi Pietro e Paolo, decise di allestire uno spettacolo teatrale e siccome il cast prevedeva oltre agli adulti tre bambini, uno grassissimo, uno altissimo e uno bassissimo, io saltai direttamente il provino ed esordii a teatro come l’attore più basso che avesse mai calcato le scene.
All’epoca ero affetto da un complesso di inferiorità per cui era una tragedia quando entravo in scena, mi collocavo di fianco al bimbo altissimo, e la gente rideva. Il prete mi disse che dovevo sfruttare i talenti che mi aveva regalato il Signore. A me sembrava crudele, sia il Signore sia don Giancarlo. Ma il don insisteva: la tua bassezza ti regalerà un sacco di soddisfazioni. Che cosa!? quel corpicino che non si decideva a crescere? io intanto non mi fidavo del don e continuavo a chiedere nelle mie preghiere al Signore di portarmi un pallone di cuoio e di farmi diventare alto 1metro e 85. Lei lo confermerà, Eminenza, il Signore ti ascolta sempre ed esaudisce tutte le cose che chiedi, solo che devi essere abile nel distinguere la differenza tra alto e grande….. finalmente un giorno ho capito, aveva ragione don Giancarlo, il teatro era  il gioco più bello del mondo.
Mi ricordo di essermi detto: io voglio fare l’attore. Solo che per fare certi mestieri ti tocca venire a Milano: per fare l’attore e l’Arcivescovo bisogna venire a Milano
Milano è molto diversa da quella degli anni ’60 ma è pur sempre bellissima e stranissima. Per esempio è una città dove ci sono più semafori che alberi, più discoteche che licei classici, più ritrovi per happy hours che librerie, i telefonini invece sono pari con le automobili: 2 per ogni milanese; se per caso le capiterà di andare a fare un giro di sera per la città nei mesi invernali, non le sarà difficile incontrare dei cani con il piumino e degli uomini in canottiera. Milano è strana.
A Milano i parchi sono merce rara e perciò affollattissimi: nonni che accompagnano i nipotini, badanti che accompagnano i nonni, tate che accompagnano i nipotini, amiche delle tate che fanno compagnia alle badanti, insomma, senza contare i genitori che sono da qualche parte della città ad alzare il pil della nazione, ogni nucleo famigliare è composto da almeno 10 o12 elementi, questo spiega, forse, l’enorme impulso dell’edilizia che ha avuto la nostra città recentemente.
Milano è una città tutto sommato ordinata, non vedrà mai code, tranne che per i saldi in Via Montenapoleone o fuori dalla Caritas per il pane quotidiano, si rassicuri, Eminenza, c’è più gente in coda per il pane che non per il pret a portè, anche se a Milano, si tappi le orecchie,… si vendono più maglioni di cachemire che non copie della Bibbia……
A Milano poi c’è un’aria particolare: invece dell’ossigeno, noi a Milano abbiamo il pm10, i tecnici assicurano che a Milano l’aria è sempre stata così, probabilmente fin dai tempi del pleistocene…A parole tutti dicono che Milano è brutta e invivibile, che l’aria è irrespirabile, ma alla fine vengono tutti qua: han cominciato i barbari, gli spagnoli, i francesi, gli austriaci, i meridionali, adesso addirittura vengono da paesi lontanissimi con lingue e dialetti difficilissimi, ma alla fine mi creda se riamo riusciti a capire i pugliesi e quelli della basilicata riusciremo a comprendere anche quelli che vengono dalla Tunisia o dalle Filippine, dopotutto non credo che il cous cous sia più difficile da digerire della caponata con le melanzane fritte. L’unico pericolo è che stando a Milano si diventa un po’ bauscia, ci si sente superiori rispetto agli altri. Mio papà, quando mia sorella ha detto che aveva un fidanzato, le ha chiesto: “sarà minga un terun?”. Dopo una settimana di broncio, gli è passata. Ora ho saputo che mio cognato, il terun, quando sua figlia di 16 anni si è messa a frequentare un ragazzo, lui preoccupato le ha chiesto: “sarà mica un extracomunitario?” C’è sempre qualcuno più a sud di noi da farci sentire superiori; capita anche a quelli di Helsinki che considerano terroni quelli di Copenaghen, la stessa cosa capita tra quelli di Chiavenna e quelli di Malgrate (vero, Eminenza?).
A Milano chiude un cinema all’anno e ogni anno sorgono 10 sushi bar, anche i teatri non se la passano tanto bene: li abbattono per costruirci dei parcheggi o dei supermercati, poi prendono l’insegna e la mettono sopra un tendone di plastica, un teatro dentro un involucro di plastica si sente provvisorio, i teatri a Milano sono a rischio un po’ come la michetta, la nebbia e la caseula…….ma Lei  lo sa, Eminenza, che nella sua enorme parrocchia, nei suoi oratori, ci sono circa 120 sale per proiettare film e fare spettacoli teatrali? Io le prometto di non perdere di vista Dio, ma Lei cerchi di non perdere di vista gli oratori, raccomandi ai suoi preti di avere a cuore sant’Ambrogio, san Carlo, ma anche Shakespeare,  Pirandello, Dostoevskij, Clint Eastwood e Diego Milito, Lei non immagina che regalo che può fare ai ragazzi : uscire dall’oratorio con la consapevolezza di aver imparato i giochi più belli del mondo: il calcio, il cinema e il teatro!
E poi le do un consiglio: Milano è di una struggente bellezza, o al mattino presto o la sera molto tardi, quando quasi tutti dormono; prenda, se può, una bicicletta,…(non ci scriva sopra proprietà dell’Arcivescovado, se no gliela fregano subito) una bici normale…. e vada in piazza dei Mercanti, si spinga fino nelle stradine del Carrobbio, passi davanti al palazzo degli Omenoni, continui fino davanti alla casa del Manzoni, faccia altre due pedalate fino piazza san Fedele, in quella Chiesa abbiamo battezzato nostro figlio, continui, continui a padalare…e poi capirà perchè Milano ha affascinato Visconti, Olmi e perchè due tipi straordinari come Zavattini e De Sica hanno raccontato di un Miracolo a Milano, pedali e poi si fermi dietro al Duomo dove c’è quell’albero bellissimo, di fronte alla libreria san Paolo, si sieda per terra e legga pure un libro, le assicuro che in quel silenzio e in quella magica pace tante cose diventano comprensibili, persino i passaggi più oscuri di Heiddegger…e capirà che Milano le sarà entrata nel cuore.
Prima di rientrare a casa si ricordi di chiudere la bicicletta con il lucchetto.
E va bene noi cercheremo di non perdere di vista Dio, ma lei, che, se posso dirlo, è un po’ come il Sindaco delle anime, ci aiuti a non perder la strada per la Madonnina.
E che Dio non perda di vista il suo Vescovo e Milano!
Giacomo Poretti

29^ missione – I Podisti da Marte per LILT

Ti trovi una mattina, di metà settembre, nel centro di Milano, pensando che il caldo se ne sia già andato ed invece eccolo ancora li con i suoi 25/28 gradi pieni.

Che fai? Infili il costume da bagno, indossi una magliettina gialla, dei 
braccialetti colorati, il telo da mare e parti con altri in cerca della spiaggia più vicina, perchè li al Castello, c’è si una fontana, ma della spiaggia neanche l’ombra. Prima di partire però, chi può, fa una piccola offerta ad un gazebo della LILT (lotta italiana contro i tumori) e fa le foto di rito con gli amici, con il campione che intravedi passare, il quale ti mostra le medaglie vinte alle ultime olimpiadi. 

E poi? Se questo non fosse già abbastanza parte la festa per la ricerca del “mare” a Milano, che non è come credono molti l’Idroscalo, ma è una spiaggia nel centro di Milano, o almeno millantata da qualcuno. Quindi con le spalle al Castello e la fronte in via Verdi ci si dirige tutti, perchè di gente strana, strana come un marziano, ce n’è davvero tanta a Milano, alla ricerca di questo meravigliosa spiaggia promessa, poi promessa, semplicemente spacciata come reale, da un tipo, un certo Capitano “così” un po’ più marziano degli altri, che per farsi riconoscere aveva una cuffia a fiori bianchi, neri e rossi in testa. Inoltre, per non farsi mancare niente, si distribuiscono fiori ai passanti ignari dei quello che sta succedendo, quasi come se fossimo “Vucumprà” che regalano al posto di vendere… e regalano, oltre ai fiori, molti sorrisi a chi si incontra. La “corsa” per piantare l’ombrellone più vicino alla battigia è stata di 6km, passando e ripassando in posti, quasi facendo un girotondo, e cercando anche “sotto la strada” nella galleria del Metro, li una volta i romani avevano costruito quindi, si è pensato, magari sono rimaste almeno le terme, ma, ahi noi, neanche li si è trovato nulla. Abbiamo chiesto anche a due novelli sposi ma loro per il viaggio di nozze andavano all’estero.


Per la cronaca la ricerca è stata vana e ci è toccato accontentarci della fontana del Castello, dove qualcuno alla fine, preso dal caldo e dalla spossatezza, ha deciso di farsi anche un bagno; ma se la ricerca della spiaggia è stata vana la ricerca della felicità ha portato i suoi frutti perchè, alla fine, tutti erano contenti nonostante che di sabbia non se ne sia vista. E’ stata proprio una mattinata strana, quasi da sogno, ma che sogno non era
.

Uk, 90enne corre maratona di nascosto – Corriere della Sera

 

Ventun chilometri e 97 metri: questo era il tragitto che Wilf Cooper percorreva trionfante nella mezza maratona, altrimenti detta maratonina, alla quale partecipava gonfio di orgoglio da ben sette anni e a totale insaputa della signora Sylvia, sua sposa da 67 anni. Era la sua vita segreta, che proteggeva dai giudizi e dalle preoccupazioni della moglie, dei sette figli, dei quattordici nipoti e degli undici pronipoti che compongono la famiglia Cooper.

 

UNA BUGIA BUONA – Raccontare una bugia ingenua, soprattutto dopo quell’infarto che aveva avuto all’età di settanta anni: forse anche questo è amore. Wilf Cooper novantenne di Bristol diceva alla moglie di andare semplicemente ad assistere alle gare dando una mano all’organizzazione, ma in realtà, infilate un paio di scarpe adatte, prendeva parte alle competizione. L’arzillo signor Cooper ha partecipato alla sua prima mezza maratona a 83 anni e da allora ne ha corse parecchie, con un record personale di 3 ore, 11 minuti e 36 secondi a fronte di quello assoluto che è di 58 minuti e 23 secondi. Ma ora la sua seconda vita è stata scoperta dalla moglie, anche lei novantenne, che lo ha visto correre in tv e, pur preoccupata, non intende intralciare la carriera sportiva del marito.

 

IL VICINO DI CASA IMPICCIONE – E’ stato il solito vicino un po’ intrigante a segnalare alla signora Sylvia il dolce inganno del marito, giurando e spergiurando di averlo visto in televisione. La moglie “tradita”, dopo un primo momento di sgomento, ha saputo capire Wilf che correndo partecipava anche a una raccolta fondi per il St Peter Hospice, residenza per anziani dove vive un amico malato di tumore. Un nobile gesto, insomma, e una forza di volontà encomiabile da parte di questo anziano signore che ha continuato (e speriamo possa ancora continuare) a correre anche a dispetto di una spalla slogata e una costola rotta. Si allena facendo le scale, il signor Cooper e non ha alcuna intenzione di smettere. “Anche se mia moglie ora conosce il mio segreto, correrò ancora”, promette Wilf, forte dell’amore della sua sposa che si è dichiarata pronta a sostenerlo. E basta guardarlo mentre sfreccia felice per capire che il grintoso novantenne non si fermerà. Del resto di over ottanta che continuano a gareggiare se ne contano parecchi. Un esempio per tutti John Whittemore, incoronato come the world’s oldest athlete (l’atleta più vecchio del mondo), che nell’ottobre del 2004, poco prima di compiere 105 anni, si è cimentò nel lancio del giavellotto e del disco dichiarando: “Se non me lo tiro sui piedi, ora faccio il record del mondo”. Emanuela Di Pasqua