Articolo di Carla sulla sua esperienza etiope

Come avevo scritto nel post precedente, inserisco nel mio blog, l’articolo scritto da Carla che ha condiviso con me l’esperienza in Etiopia. Era la sua prima “missione” e viaggio in terra africana.

La “mia” Etiopia

Sono già passate alcune settimane dal mio ritorno in Italia, ma ancora oggi, quando la mattina apro gli occhi, posso constatare quanto l’esperienza in Etiopia mi abbia lasciato in eredità, già a partire dalla gestione del tempo e dallo scandire delle ore. Già, il tempo, quello che noi riteniamo non essere mai abbastanza, rapiti come siamo dalla quotidianità frenetica fatta di impegni lavorativi e familiari. Eppure è la nostra vita e anche a me sembra normale che sia così, ma mi è bastato andare in Etiopia, seppure solamente per una ventina di giorni, per realizzare come la suddivisione della giornata nelle 12 ore del giorno e della notte, l’uso del calendario giuliano piuttosto che quello gregoriano (hanno da poco festeggiato l’arrivo dell’anno 2004) e il loro stile di vita basato su ritmi lenti e cadenzati possano coinvolgerti al punto tale che a distanza di tempo ancora ne “risenti”.

Poche righe non sono certamente sufficienti per raccontare l’emozione di qualcosa vissuto intensamente. E questo perché ho avuto la possibilità di vivere l’Africa lontano da ambienti “colonizzati dai turisti”.

Potrei parlare dei molteplici colori che si trovano in natura, così come nei tessuti dei loro abiti tradizionali; delle atmosfere e degli odori di incenso e di spezie che si propagano nell’aria; del “caldo africano”che tutti abbiamo sentito nominare migliaia di volte nei telegiornali ma che, ironia della sorte, in Etiopia non è arrivato (è stato infatti uno shock rientrare in Italia a fine agosto, lasciando temperature gradevoli mai al di sopra dei 23 gradi, per arrivare in quello che era un vero forno); della vegetazione e degli animali incontrati lungo i vari tragitti in macchina, che mi hanno permesso di capire che i protagonisti sono loro e non tu, motorizzato; dei ritardi e delle mancanze tipicamente africani che si ritrovano in qualunque tipo di situazione, lavorativa e non, come ad esempio arrivare in ritardo ad un appuntamento “perché piove”; della mentalità così diametralmente opposta alla nostra (dove ad esempio sembra logico costruire alberghi per i turisti, ma poi arrestarli se fanno foto al mercato… Chi è quindi il turista che, sapendolo, ci fa ritorno o pubblicizza l’esperienza?) e della disorganizzazione latente, anche se ho capito che l’Africa è così: funziona a modo suo e soprattutto al ritmo suo; della musica sia sacra che non, che viene suonata e cantata con gioia manifestata espressamente attraverso balli e battiti di mani da giovani e non; del semplice salutarsi e chiedersi a vicenda come si sta che richiede comunque 4-5 passaggi per un rito assai più complesso del nostro stile più secco e diretto, se non addirittura omesso; delle difficoltà oggettive nel parlare non conoscendo io la loro lingua e loro pochissimo l’inglese, ma è stato bello vedere come il linguaggio non verbale davvero possa farti comunicare con qualunque popolo e nella maniera più semplice e genuina; dei ragazzi che ti chiedono a ripetizione, come un gioco che li diverte, come ti chiami e che quando ti vedono arrivare in lontananza ti corrono incontro e fanno a gara per abbracciarti, tenerti per mano o giocare con te; del fatto che noi “bianchi”, riconoscibili e identificabili come stranieri (e richiamati con un “You you you” dai bambini lungo la strada, dove “you” sta proprio a indicare “straniero”), ai loro occhi siamo provvisti di quantità di denaro o comunque di introiti che loro (nella maggior parte) non vedranno mai in tutta la loro vita e quindi, come in un meccanismo innato, ti chiedono continuamente e insistentemente di dare loro denaro, indumenti, una “caramela”, una “mastica” oppure dei “biscuits”, nel loro linguaggio che spesso diventa un misto di amarico e inglese per farsi capire; ma anche del contrario e cioè della loro ospitalità e cordialità, perché se io sono andata lì per fare un’esperienza di volontariato dedicando loro il mio tempo, le mie conoscenze e capacità nel limite del possibile, le persone con cui sono entrata maggiormente in contatto, mi hanno accolta con calore, con gioia mi hanno invitata a bere del caffè a casa loro, a mangiare injera e popcorn dolci e mi hanno regalato i loro prodotti tipici da portare in Italia, e questo nonostante i problemi quotidiani (economici e non solo) che li affliggono.

Le cose da dire sarebbero veramente un’infinità, ma in cima a tutto questo elenco non posso che mettere i sorrisi donati e ricevuti con spontaneità e gioia, che non possono che ricordare costantemente che siamo tutti fratelli e che l’amore può veramente superare le difficoltà create/volute dall’uomo.

Credo infatti che l’entrare in contatto con le persone del luogo sia stata la più importante lezione di vita e di amore che potessi immaginarmi di ricevere. E sicuramente è questa l’emozione più grande che porto nel cuore.

“Quando tornerai, sentirai anche tu il “mal d’Africa”” mi era stato detto prima della partenza da chi in Africa ci era già stato. Anche io? E perché?  E’ stato normale interrogarsi su che cosa sia questo “mal d’Africa” di cui si è sempre sentito parlare. Ebbene sì, ora anche per me non è più un mistero! E anche se è davvero difficile da spiegare ai “non malati”, posso affermare con certezza che i suoi sintomi si sono manifestati fin dal ritorno alla mia quotidianità, ma che di buono hanno che ti infondono una nuova visione della vita, carica di valori come la positività, la speranza, l’amore donato e un pensiero rassicurante che, se Dio vorrà, mi porterà a far ritorno in quella meravigliosa terra.

Articolo sull’esperienza in Etiopia

Avrei voluto scrivere alcune cose sull’ultimo week-end ma, essendoci state emozioni contrastanti, le parole non fluivano come volevo e quindi incollo l’articolo scritto per il giornalino della parrocchia circa la mia esperienza in Etiopia.

Mi è stato chiesto di scrivere un articolo, per il mese missionario, sulla mia seconda esperienza in Etiopia.

Per non essere ripetitivo sono andato a rileggermi l’articolo che scrissi sulla prima esperienza. Ebbene, ho notato che le cose non sono cambiate di tanto. In quell’articolo accennavo alle aspettative e ai sogni, sia dei ragazzi, sia dei “lavoratori” nei laboratori, sia del popolo, che sono tuttora quelle, anzi, visto l’aggravarsi e l’affacciarsi della crisi somala la situazione è un po’ peggiorata. In aggiunta il governo sta cercando di racimolare soldi per finire una diga immensa da costruire sul letto del Nilo Azzurro: questo provoca dissapori internazionali, perché l’Egitto vanta una prelazione su tutto il Nilo anche al di fuori dei suoi confini, e delle migrazioni interne perchè la popolazione dell’Oromia, una delle zone dell’Etiopia, a nord della diga dovrà spostare i villaggi più in alto nella valle, mentre a sud dovrà regolarsi con i “rilasci” d’acqua della diga stessa che regolamenterà la portata del fiume.

Dopo questa introduzione ritorniamo alla “mia missione” e cerchiamo di dare parole a questa esperienza che, come l’altra volta, ti sconvolge, ti fa riflettere, ti apre il cuore e l’anima, ti lascia carico e pieno di speranza, con la voglia di cambiare tante cose.

Per prima cosa, comunque, vorrei sfatare un luogo comune in cui appena dici: “Sono stato in Africa” la domanda che segue è: “Ma non sei abbronzato?”. E’ come domandare ad uno svedese se vuole accesa l’aria condizionata a dicembre. Questo perchè si pensa che l’Africa sia il continente “nero” in cui il sole picchia ore e ore sulla testa e quindi è naturale che dopo 20 giorni passati li si torni “coloriti”… ma non è così. L’Africa è continente immenso, pensate che per arrivare in Etiopia, che è ancora al nord dell’equatore, ci vogliono 6 ore di volo. L’Africa non da tutte le parti è uguale, anzi, ci sono zone desertiche, dove ti puoi abbronzare, e zone tropicali dove l’acqua è molto frequente in un periodo come questo che viene considerato la “stagione delle piogge”. Oltretutto l’Etiopia non è pianeggiante ma si sviluppa su montagne che superano i 3000mt. Solo Addis Abeba è su diverse altezze con una media intorno ai 2600mt sopra il livello del mare, mentre Dilla, città in cui ho lavorato in questo periodo, è posta a 1500mt e la temperatura media è di 18°C. Quindi “non mi sono abbronzato”, anzi, di notte bisognava anche coprirsi perchè le temperature potevano scendere di qualche grado e vedevo i “locali” vestiti con giubbottini imbottiti e con il pelo nel cappuccio: per loro sta iniziando l’inverno!!!

Mi accingo a scrivere questo articolo e mi accorgo  che è difficile distinguere l’esperienza di vita quotidiana con il racconto di un servizio “missionario”. Forse perchè le due cose sono strettamente correlate, o forse perchè, partendo dal nostro piccolo, in cui anche il vicino può essere ispirazione di missione, missione che intendo come portare l’annuncio di Cristo Risorto, corrisponde con un stile di vita. Ecco questo potrebbe essere il punto: non importa se sei lontano chilometri da casa o sei nella tua parrocchia, l’importante è che la missione la “vivi” con uno stile, quello cristiano, quello dell’Amore gratuito donato. Mi sovviene un tema di un oratorio estivo di molti anni fa: è più bello dare che ricevere. Davvero il “tutto” potrebbe essere raccolto in questo semplici parole, che sono difficili da vivere perché la società ci porta verso un individualismo ben lontano dalla condivisione delle cose.
Credo che questo sia l’essenziale per vivere una “missione”: l’umiltà e la semplicità nella condivisione.
Torno, prima di chiudere questo articolo, all’esperienza etiope vissuta in compagnia di Icio e di Carla.

Maurizio, molti lo conoscono di più come Icio, ha deciso di vivere questa esperienza per 6 mesi, ma essendo la burocrazia uguale in tutto il mondo, forse dovrà tornare per alcune settimane per poter rifare il visto e ripartire per gli altri 3 mesi che aveva intenzione di fare. I lavori sono tanti, le cose da fare non mancano, e spendersi per mettersi al servizio degli altri è davvero lodevole. Credo, e mi perdoni se scrivo qualche castronata, che stia vivendo un suo “carisma”, un suo talento. E questo lo si vede nel suo volto, rilassato e disteso, e lo si vede anche nel volto degli altri fratelli e padri, missionari, che da molti anni vivono l’esperienza missionaria a cui sono stati chiamati. Il trovare il proprio carisma o talento aiuta a vivere meglio, in primis con se stessi, e poi con le persone che ti circondano portando un “segno” visibile di quello stile che dicevo all’inizio.

Di Carla, invece, lascio “parlare” il suo articolo su questa esperienza che pubblicherò nei prossimi giorni.

Ognuno parte con delle aspettative, vive delle esperienze, e sicuramente ne viene a casa arricchito, ma questo lo si può fare anche nel quotidiano. Sta a noi trovare il giusto compromesso tra le varie missioni che il Progetto di Dio ha su di noi, cercando di guardare sempre in modo positivo, senza lamentarsi, quello che la vita ci pone davanti e scegliendo la strada che realizza i nostri talenti portando frutto, non solo nel mondo intero, ma anche nel nostro piccolo, in primo luogo in noi stessi.

Ethiopia… two years after

E’ passata ormai una settimana dal mio ritorno dall’Etiopia, visitata una seconda volta a distanza di due anni.
In questo periodo, anche se di cose ne ho fatte, come il Cammino di Santiago sul La Via de La Plata, l’anno scorso, mi sono ritrovato come se non fossi stato via tanto tempo. Il ricordo degli amici e i loro volti erano ancora ben impressi nella mia mente, come erano impressi i sapori e i colori di questa terra non tanto lontana come si crede.A proposito di colori mi è capitato di commentare un’amica su FB parlando del Rosso della terra, del Verde delle foreste e delle montagne, dell’Azzurro del cielo e il Giallo del sole… colori che sono rappresentati sulla bandiera etiope. Ma senza soffermarsi solo all’Etiopia i colori sono una delle cose che mi affascina dell’Africa intera: mi sembrano più vivi; ricchi di una vivacità che guardandomi intorno non trovo. Non so se sono io che ho gli occhi ripuliti dallo “smog” quotidiano o se davvero quell’aria che si respira porti a vedere tutto più bello.

Ritornando al tempo trascorso devo dire che è difficile descrivere tutto quello che è successo e le emozioni vissute in poche righe, infatti ho tenuto un diario che spero di poter trascrivere entro breve, perchè, anche se in termini di giorni non sono neanche un mese, valgono come un anno intero. Il contatto con gli amici, lo scambio di sguardi, la fatica del lavoro, della lingua, la gioia delle albe e dei tramonti, il cibo, lo scambio reciproco delle proprie vite mettendosi in gioco con quel poco che si ha, soprattutto loro che vivono davvero con poco… sono tante piccolo cose che hanno fatto la “storia” di 20 giorni vissuti pienamente cercando di dare il tempo necessario per fare le cose ma ricevendo innumerevoli doni che allietano il cuore e gli occhi. 

Quello che ho lasciato, oltre un altro pezzettino del mio cuore, sono state magliette e parole. Le prime fanno parte di una mia storia quotidiana raccolte in diversi anni come quella della camminata Assisi-Roma per il Giubileo del 2000 oppure quella dell’animatore dell’oratorio, o quella tecnica delle prime corse. Tutte queste magliette le ho lasciate sapendo che sarebbero andate a chi davvero ne aveva bisogno e possono continuare a scrivere una storia di vita quotidiana. Le seconde, le parole, sono quelle dette in italiano, in inglese e qualcosina in amarico che mi hanno permesso di entrare ancora più in relazione con la realtà che circonda i laboratori dove lavoravo. Fare la pausa (reft) bevendo ciai e bunna (spriss) aromatizzati mangiando il “bombolino” o l’engera, oppure partecipare al rito del caffè (un’ora circa di preparazione accompagnato dal profumo di incenso per solennizzare il momento) sono momenti che fanno parte della memoria vissuta e viva di questo viaggio. 

Come faccio poi a dimenticare gli sguardi dei ragazzi, o dei bambini, o quello degli adulti, in cui alzando le sopracciglie ci si saluta oppure rispondere al “you, you, you” che tutti i ragazzini di gridano per avere la tua attenzione, passando al più classico “what’s your name”, unica frase che sanno di inglese, chiedendoti poi se hai una “caramela” e, se per caso, riesci a dargliene una, rimanere folgorato dal loro “sorriso con gli occhi” e dalla gioia che traspare dal loro viso.

Dagli sguardi poi si potrebbe passare ai gesti, come già descrissi due anni fa, che sono importantissimi per questa cultura così millenaria. Un abbraccio con le spalle destre che si toccano, il porgere la mano sostenendo l’avambraccio con l’altra mano, o alzare le mani e poi unirle e fare un inchino… mi domanda perchè in questa società è difficile salutarsi anche con un sorriso. E se ci penso mi viene nostalgia di una vita vissuta in modo più semplice, naturale, in cui il salutarsi è una cosa semplicissima e che ricambia la gioia di un incontro anche se poi non è detto che ci si rincontrerà. 

Addis Abeba under the rain

Mentre prosegue la mia avventura, anzi l’avventura di Earyn, sul sito perFiducia 2.0 ieri mattina leggevo una splendida notizia per i miei amici etiopi.

Questa la notizia:

Addis Abeba, 9 mar. – Dopo tre anni di siccita’, finalmente sono arrivate le piogge in Etiopia, con grande sollievo per milioni di agricoltori ridotti allo stremo e che ora possono sperare in un raccolto generoso e di buona qualita’. Il ministero dell’Agricoltura ha detto che "vi sono tutte le condizioni affinche’ quello di quest’anno sia uno dei migliori raccolti degli ultimi decenni". Questo, continua una nota del dicastero, fa si’ che possa essere ridotta sensibilmente la stima di 5,2 milioni di etiopi in difficolta’ alimentare nel 2010. "La nostra agricoltura dipende completamente dalla pioggia", ha detto il capo dell’ufficio emergenze calamita’ naturali, Tadesse Bekele, "e piu’ ne viene giu’, piu’ cibo avremo a disposizione". (AGIAFRO) Cli/Rm/Ral

Forse quest’anno il raccolto, l’energia elettrica, la vita stessa saranno un po’ migliore che gli ultimi anni.

Questa foto è tratta dal sito en.afrik.com che mi ha dato il permesso di pubblicazione

Articolo Etiopia

Questo è un articolo che ho scritto per un giornalino pubblicato ieri dato che era la giornata mondiali missionaria.

Quest’anno ho avuto la possibilità di tornare in Africa dopo l’esperienza in Sudan del 2003.
Questo desiderio partiva nell’inverno, appena trascorso, nella prospettiva di tornare già dove, io e Icio, eravamo stati ma, purtroppo, per problemi "politici", legati al Darfur, non è stato possibile e quindi c’è stato chiesto se volevamo andare in Etiopia. Abbiamo accolto ben volentieri questa richiesta senza porci troppe domande su cosa avremmo fatto di preciso rendendoci disponili a dare una mano secondo le necessità. Ebbene, a parte una piccola incursione nell’aula informatica dell’high school, dove ho fatto manutenzione e dato un paio di consigli, nel mio ramo ho fatto ben poco dato che mi sono improvvisato elettrico, meccanico, piegatore, assemblatore di sedie e panchine, a secondo di quello che c’era da fare.
Per prima cosa l’Etiopia è più democratica e quindi il contatto con le persone è stato più profondo e dandomi modo di capire meglio un mondo che è davvero lontano dal nostro, non solo nella mentalità o con la tranquillità con cui si fanno le cose, ma anche con la bellezza dei sorrisi che nascondono una realtà davvero difficile. La povertà è molto alta dovuta soprattutto alla mancanza di una infrastruttura che possa supportare un progressivo miglioramento della vita. Basta pensare che la corrente elettrica viene erogata a giorni alterni, almeno dove eravamo noi, mentre da altri parti arriva una volta alla settimana e nella capitale c’è il divieto di lavorare di notte per poterne sfruttare la presenza.
Oltre questo ci sono poche strade asfaltate e nessun trasporto su ferrovia, non ci sono risorse, quali petrolio e diamanti, che possono interessare investimenti esteri per poter far crescere economicamente il paese ma nonostante tutto, e la voglia delle persone di emigrare in occidente, l’Etiopia cerca di emergere da questa situazione puntando sul turismo, con la costruzione di tanti hotel, e la scolarizzazione incentivando le scuole a creare classi numerose e costruendo poli universitari, come quello in continua espansione a Dilla, paesone di 70 mila abitanti dove c’è il centro professionale salesiano, oltre la scuola primaria e secondaria, dove eravamo noi.
Di cose da dire, che si accavallano in testa e nel cuore, sono davvero tante ma la descriverle è davvero difficile perchè ho paura di non riuscire a trasmettere tutto quello che ho vissuto, ho provato e porto nel cuore, anzi che porterò sempre, dato che immergersi in una realtà differente dalla nostra, fuori dai nostri schemi mentali, ti segna profondamente anche se, tornati alla quotidianità, si riprende subito la frenesia di una vita occidentale che non ti porta a riflettere su quello che hai ma su quello che vorresti mentre in Etiopia, ma penso in tutta l’Africa, avendo il paragone con il Sudan, non si hanno che le cose essenziali, quando ci sono.
Potrei parlarvi, quindi, delle aspettative di questo paese in cui si stanno costruendo alberghi sperando di portare del turismo, come accennavo prima, oppure della sicurezza sul lavoro, che non so se piangere o ridere per quello che ho visto, oppure parlare della bellezza dei visi e della disponibilità donata, o del gioco dei bambini delle biglie (o bilie) "tocco e spanna" che giocavo nel cortile di casa con gli amici, oppure di come si gioca a calcio scalzi o di come prendendo un coperchio di plastica, un pezzo di fil di ferro e un bastone si faccia a gare a chi arriva più lontano. Potrei parlare delle richieste delle scarpe, della maglietta, di una latta di vernice vuota da rivendere per avere pochi birr, moneta locale, per comprare un ghiacciolo alla Fanta, alla Coca-cola o alla Sprite oppure del poco mangiare che hanno ma dove, per fortuna, cresce un falso banano (ensete) da cui si ricava una "farina" che permette di avere il qocho, una focaccia scusa e dal sapore aspro. Potrei parlarvi delle distese di teff per fare l’injera, il tipico pane etiope con cui si accompagnano i piatti tradizionali, dei saliscendi che si intervallano all’immenso altipiano. Potrei raccontarsi del desiderio della pioggia in questo periodo delle piogge in cui arriva il temporale ma lascia la terra argillosa asciutta. Potrei dirvi che vivono in un "tempo" tutto loro in cui sono nel 2002 dal nostro 12 settembre 2009 che il loro calendario è di 13 mesi, 12 di 30 giorni e uno per arrivare al capodanno, e che l’anno scorso è stato festeggiato come l’arrivo del nuovo millennio senza contare il fatto che usano le ore del giorno e della notte sullo stile aramaico quindi ci sono le 12 ore del giorno e della notte e che l’ora terza corrisponde alle nostre 15 o che il giorno inizia il primo minuto dopo lo scoccare della dodicesima ora della notte (faccio ancora fatica a calcolare il tempo).
Sono tante le cose che potrei raccontare e che ho accennato in questo articolo ma descrivere quello che ho nel cuore, che è un’immensa gioia di aver vissuto questa esperienza, quello che ho negli occhi, che sono i visi e i sorrisi delle persone incontrate, quello che ho sulla mani, che sono i segni della fatica ma, anche se si stanno rimarginando, rimarranno "vivi" per ricordarmi come è bello lavorare senza un secondo fine se non quello di aiutare un altro, dicevo descrivere è davvero difficile ma credo che si possa riassumere in un ricordo di un tema che ha accompagnato un oratorio estivo: è più bello dare che ricevere.

Chiudo ringraziando Dio che mi ha dato la possibilità di fare questa esperienza, ringraziando tutte le persone che ho incontrato, ringraziando le persone che ci hanno ospitato e ringrazio tutte le persone che mi hanno donato un sorriso che porterò sempre con me perchè un grazie e un sorriso sono doni gratuiti che possono cambiare una giornata, un mese, una vita o addirittura il mondo. 

Ad una settimana dal rientro

E’ passata, ormai, una settimana dalla mia partenza dell’Etiopia e i ricordo sono ancora vivi e forti e, credo, rimarranno così per molto tempo nonostante abbiamo ripreso a buon regime la routine quotidiana.

Quello che ho vissuto in quei 25 giorni è tutto da raccontare ma le cose essenziali da dire sono poche… in primis esiste un problema di infrastrutture, cioè, la quasi completa mancanza: non ci sono strade asfaltate se non per una lunga lingua che attraversa il paese da nord a sud; non c’è ferrovia, la corrente elettrica non è sufficiente per essere erogata quotidianamente a tutta l’Etiopia, infatti ci sono zone dove, in questo periodo, c’è una volta alla settimana. Inoltre, non essendoci materie prime "appetibili" agli stati occidentali, non c’è investimento da parte delle altre nazioni, se non i russi o i cinesi ma credo più per "comodità" di transito tra il mare e il Kenya o il Sudan. E per finire questo periodo, che dovrebbe essere delle piogge, non ha portato grandi acquazzoni al centro-sud facendo prevedere un anno di carestia dove la povertà è già davvero alle stelle.

Ma non è tutto negativo perchè la gente ha voglia di emergere, vuole venire fuori da questa situazione, anche se l’ambizione sarebbe quella di lasciare il paese per trasferirsi in posto più "belli" dove poter lavorare. Inoltre si incominciano a costruire hotel per cercare di portare del turismo: devo ammettere che la bellezza del paesaggio e la dolcezza delle montagne sarebbe una bella attrattiva per tutte quelle persone amanti della natura che voglio scoprire dei percorsi ancora vergini ma forse mancano ancora le cose basilari per poter "attirare" il turista in questa parte dell’Africa, anche se nel nord ci sono diverse siti da visitare, come Axum dove è stato riportato l’obelisco "romano" o le chiese di pietra di Lalibela.

Per ora mi fermo qui, ma presto scriverò ancora di questa stupenda esperienza, lasciandovi con un sorriso, il sorriso che non ha mai lasciato il mio viso contagiato dalle persone che ho incontrato sulla mia strada etiope :)